Adam Neumann cede alle pressioni e si dimette da CEO di WeWork


Messo sotto pressione da diversi membri del board, vicini all’investitore Softbank (che a gennaio 2019 aveva già scalato da 16 a 2 miliardi di dollari il suo programmato investimento nella compagnia), l’amministratore delegato di WeWork, Adam Neumann, alla fine ha deciso di dimettersi. Neumann, che ha fondato WeWork nel 2010, avrebbe chiesto di tenere per sé la carica di presidente. Il vicepresidente di WeWork Sebastian Gunningham e il presidente e AD della società Artie Minson sono stati nominati co-CEO. “Come co-founder di WeWork, sono orgoglioso di questo team e dell’incredibile azienda che abbiamo costruito nell’ultimo decennio – ha dichiarato Neumann – la nostra piattaforma globale si estende ora su 111 città in 29 paesi, servendo più di 527 mila membri ogni giorno”.

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Le eccentricità di Neumann 

Il colosso Usa specializzato nella ricerca di spazi per uffici condivisi, ha recentemente rinviato la sua IPO, essendo lontano dai programmati 47 miliardi di dollari di valore di Borsa. Inoltre la scorsa settimana scorsa sono uscite diverse indiscrezioni sulle eccentricità di Neumann, tra cui l’abituale utilizzo di droghe. Neumann ha co-fondato WeWork, insieme a Miguel McKelvey, contribuendo al suo rapido decollo grazie a un’audace vision imprenditoriale, al suo carisma personale e a una sfacciata assunzione di rischi, trasformandola nella startup Usa più stimata e invidiata.

Crescita vertiginosa

Ora però molte delle qualità che hanno contribuito a alimentare la crescita vertiginosa di WeWork, a partire dalla spregiudicatezza e dall’anticonformismo del suo amministratore delegato, in vista del suo debutto in Borsa, si sono trasformati in fattori negativi.

Appena qualche giorno fa

La notizia che diversi membri del board di WeWork si stavano preparando a silurare Adam Neumann aveva già preso a circolare qualche giorno fa.  Gli investitori pubblici che in Borsa che dovevano scommettere su WeWork sono diventati sempre più scettici sulla formula che Newmann finora aveva fatto funzionare bene: il suo porre l’accento sul fatto che la ditta è molto più di una società immobiliare, rappresenta una sorta di trampolino di lancio per molte sturtup e merita di essere valutata secondo le quotazioni normalmente riservate alle società tecnologiche. Insomma molti potenziali investitori vedono una società di sub-locazione di uffici in rapida crescita ma con perdite che lo scorso anno sono salite a oltre 1,6 miliardi di dollari. Di qui la levata di scudi che ora gli è costata il posto.





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