Artisti o startupper? Abbiamo chiesto allo youtuber Alessandro Tenace come funziona la gestione fiscale del suo lavoro


Qualche settimana fa St3pNy, famoso youtuber e tra i volti noti del web nostrano, è stato multato per aver evaso circa un milione di euro, secondo quanto denunciato dalla Guardia di Finanza.

La notizia ha fatto emergere alcune irregolarità nella posizione reddituale degli influencer, figura che a tutti gli effetti va considerata come una posizione professionale oggi.

Dalle indagini è emerso che lo youtuber  avrebbe omesso di dichiarare negli ultimi cinque anni ricavi per oltre 600.000 euro e non avrebbe versato IVA per oltre 400.000 euro. Per questo motivo gli sarebbe stata comminata una multa da parte delle forze dell’ordine, con la necessità di regolarizzare la propria posizione fiscale.

Lo youtuber si è discolpato in un video sostenendo di aver pagato le tasse e di essere disponibile a regolarizzare la propria posizione.

Al di là del singolo caso, resta aperta una questione: la posizione di youtuber non è ufficialmente riconosciuta nell’attuale ordinamento.

Non esiste cioè una figura corrispondente all’Agenzia delle Entrate, per identificare la professione e consentire quindi una regolare registrazione e il versamento di tasse e contributi dovuti.

Per capire meglio come funziona il lavoro di youtuber e influencer abbiamo rivolto alcune domande ad Alessandro Tenace, membro del duo theShow, che ci ha illustrato come funziona da un punto di vista di gestione fiscale una figura professionale come la sua. 

St3pNy è stato multato, sulla base di cifre che ancora non sono chiarissime, ma quanto guadagna davvero uno youtuber?

«Tra tutte le domande, “quanto guadagna uno YouTuber?” è sicuramente quella che ci viene posta più spesso. Fondamentalmente perché non esiste una risposta precisa e si pensa che basti caricare un video per diventare ricchi.

Chi gestisce un canale YouTube ha di fronte a sé una carriera ad alto tasso di insuccesso, per citare qualcuno più noto di me “uno su mille ce la fa” ma teniamo presente che il “farcela” significa vivere di questo, non vivere agiatamente.

La questione non è tanto quanto guadagni uno YouTuber di per sé, ma a quale categoria lavorativa un creatore di contenuti possa essere equiparato.

Mi spiego meglio, fare lo YouTuber come mestiere è una via di mezzo tra l’essere un musicista e l’essere (uso un termine molto in voga a Milano) uno startupper.

Per rendere l’idea, posso far riferimento a ciò che accade nel panorama musicale: esistono i musicisti del piano bar di paese ed esiste Lady Gaga. Entrambi appartengono alla stessa categoria professionale ed entrambi vivono del loro lavoro di cantanti, ma la portata del loro percorso, successo e di conseguenza guadagno è sicuramente diverso.

E se fossimo solamente degli artisti con questo avremmo spiegato il tutto, ma la nostra posizione non è così chiara.

Le piattaforme come YouTube valgono come editori a cui noi creator diamo una cessione di utilizzo di immagine?

Oppure siamo noi gli editori e, di conseguenza, le aziende che producono e distribuiscono i contenuti su una piattaforma terza? Economicamente e fiscalmente parlando, siamo, quindi, degli startupper o degli artisti?

Sembra una domanda retorica, ma è la domanda alla base della questione St3pny.

Non esiste una direttiva chiara su come dobbiamo essere considerati perché non esiste la nostra categoria professionale. Devo dire che siamo in buona compagnia se considerate che un informatico è sotto il contratto quadro dei metalmeccanici o sotto quello del commercio, del resto il nostro grafico è un ottimo operaio specializzato sotto un certo punto di vista.

Non avendo noi una categoria di appartenenza l’approccio per la gestione finanziaria e fiscale cambia in base agli interlocutori che ti seguono.
Io non sono un esperto, so solo che noi stiamo scegliendo sempre più l’approccio da startupper e che stiamo costituendo una società vera e propria insieme a Show Reel Media Group e che fino ad oggi abbiamo sempre lavorato con partite iva.

Ma anche questo approccio ha delle difficoltà: non esiste un nostro codice ATECO e non esiste un nostro studio di settore/contratto quadro, quindi è tutto comunque caratterizzato dall’interpretazione e dalla discrezionalità. Se si entra nel pratico e si fa la stessa domanda a tre commercialisti diversi si rischia di ricevere tre approcci e consigli differenti».

Con theShow qunado avete iniziato a guadagnare facendo video per YouTube? Quanti iscritti al canale bisogna avere per monetizzare?

«Per prima cosa vorrei precisare che non facciamo video “per” YouTube, ma facciamo video che carichiamo sul nostro canale YouTube. In modo inconscio quel “per” è un po’ il nodo della questione di cui parlavo prima.

Senza divagare ulteriormente, quando noi abbiamo iniziato le regole della piattaforma per il Partnership Program erano diverse da quelle attuali.

Oggi per accedere al programma bisogna:

  • rispettare tutte le norme del Programma partner di YouTube.
  • Vivere in un paese o una regione in cui è disponibile il Programma partner di YouTube.
  • Avere più di 4000 ore di visualizzazione pubbliche negli ultimi 12 mesi.
  • Avere più di 1000 iscritti.
  • Possedere un account AdSense.

Inoltre, non ogni canale che raggiunge la soglia ha la monetizzazione attivata. Il canale viene sottoposto a un processo di revisione standard e solo i canali che rispettano le norme e linee guida di YouTube sono in grado di attivare la monetizzazione.

Quando noi abbiamo iniziato, il Partnership Program era molto più limitato come accesso, inoltre noi gestiamo la nostra partnership attraverso un Multi Channel Network (Show Reel Media Group) che ci aiuta nella gestione del canale».

E quanto è stato necessario investire prima, per arrivare a guadgnare?

«La bellezza di una piattaforma come YouTube (ma vale anche per Facebook, Instagram, Twitch e TikTok) è l’aver completamente abbattuto le barriere all’ingresso tra chi produce e idea contenuti e il pubblico.

Bello, molto bello… ma allo stesso tempo complica le cose perché l’offerta disponibile aumenta a dismisura.

Per questo, come tutti i lavori ad alta componente creativa, l’investimento primario non è economico/monetario, ma di competenze e tempo umano.

Se aprite i canali YouTube dedicati ai creator vedrete che una delle parole più utilizzate in assoluto è consistency. Lo dico in inglese non solo per fare un po’ il figo, ma perché è abbastanza intraducibile in italiano con un solo termine.

Se si cerca sul dizionario le definizioni di “consistency” sono: coerenza, consistenza e compattezza».

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Si tratta di un vero lavoro o è solo un hobby ma ben retribuito?

«La stessa domanda possiamo porla ad un fotografo professionista e ad un amatore che si fa pagare per fare le foto di Instagram di amici e conoscenti. Dipende.

Non esiste una risposta assoluta, YouTube è una piattaforma che accoglie e fa convivere appassionati e professionisti.

L’approccio del canale TheShow e quello mio e di Alessio è decisamente professionale.

Da cinque anni a questa parte, Alessio ed io ci manteniamo grazie a theShow, il nostro canale YouTube che in questo periodo è cresciuto e ha consolidato un linguaggio e un tono di voce riconoscibili a prescindere dai nostri volti.

Stiamo costituendo una società e oggi il nostro team di lavoro conta altre quattro persone. Il team ci consente innanzitutto di poter delegare a dei professionisti ciò che prima facevamo da soli, ovvero il montaggio, la produzione e il supporto aurorale, per concentrarci sulla gestione e lo sviluppo macro dell’intero progetto.

Stiamo diventando un’azienda a tutti gli effetti, che fa un lavoro nuovo, ma che comunque ha un’attività professionale».

La monetizzazione da Google è l’unica fonte di guadagno per uno YouTuber?

«Come dicevo la professione di creator ha diverse sfaccettature applicative, quindi anche i modelli di business e le stream di revenue cambiano in base all’approccio.

Ti faccio due esempi.

Come anticipavo la gestione del nostro canale è format centrica, quindi con un focus sul taglio del contenuto.

Per noi il modello di business ha quattro fonti di revenue principali:

  1. il branded content: ovvero i contenuti realizzati in collaborazione con le aziende. Questo nel nostro caso rappresenta la principale fonte di revenue.
  2. la monetizzazione di YouTube: che rappresenta la parte più variabile e soprattutto meno consistente di entrate.
  3. le collaborazioni editoriali e di contenuti creati su commissione per piattaforme e attori terzi, come la tv e l’editoria.
  4. la gestione dei diritti dei contenuti e del marchio TheShow.

Se però l’approccio del canale è più talent centrico le fonti di revenue contano anche:

  • eventi sul territorio
  • merchandising
  • presenza come personaggio su altri media».

In che modo vanno dichiarati i soldi che si guadagnano? C’è bisogno di una società, di una partita iva individuale? Ci si può affidare a qualcuno per la gestione finanziaria?

«Come per tutti i liberi professionisti e gli imprenditori, sicuramente bisogna avvalersi del supporto di specialisti e consulenti.

Sinceramente io non lo sono e non vorrei addentrarmi in argomenti dove potrei facilmente dare informazioni errate. Cosa che, purtroppo, hanno fatto molti giornalisti trattando il caso di Stefano con titoli sensazionalistici e puntando ai click facili – cosa di cui spesso vengono accusati proprio gli YouTuber.

In realtà la situazione che emerge da questo caso è complessa e meriterebbe un approfondimento… e, se non loro, chi?

Mi spiace che si parli della mia categoria solo quando c’è una pruriginosa curiosità sui nostri conti in banca o  quando qualcuno di noi sbaglia, ma chi sono io per lamentarmi? Del resto sono “solo uno YouTuber”».





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