Camminare a piedi nudi, non soltanto una moda. Potrebbe davvero fare bene


NON è più soltanto un vezzo di cantanti e attori – dalla leggendaria Sandy Shaw a Julia Roberts, da Taylor Swift fino a Florence Welch dei Florence and the Machine. E non riflette il desiderio di ritornare a un contatto grezzo con la natura o una moda passeggera. Camminare senza scarpe, barefoot, potrebbe essere la soluzione migliore per gli esseri umani anche secondo la scienza.

I calli che si formano quando procediamo a piedi nudi sono stati la risposta evolutiva al bisogno di proteggere i piedi per centinaia di migliaia di anni. Soltanto da un tempo molto più breve, questa soluzione naturale e che trasmetteva con precisione la forza d’impatto alle articolazioni superiori, è stata abbandonata a favore delle scarpe. Le calzature, soprattutto se imbottite o con la suola spessa riducono però le informazioni che la sensibilità dei recettori presenti nei piedi comunica al resto del corpo, con effetti negativi per la salute; mentre il piede nudo, nonostante la presenza di calli induriti e spessi, offre le indicazioni migliori alla forza da applicare mentre si cammina, dando una migliore assistenza allo scheletro. Con le scarpe è come tenere gli occhiali al buio, suggerisce la ricerca, da poco pubblicata su Nature, e guidata da Daniel E. Lieberman, biologo dell’evoluzione alla Harvard University e appassionato “scalzista”.

Da dove nascono questi studi e quali risultati hanno portato?
“E’ da dieci anni che studio la biologia dell’andare scalzi, partendo dalla corsa. Mi aspettavo che qualcuno dedicasse la stessa attenzione alla camminata, poiché è molto più frequente della corsa; invece gli studi riguardano sempre la seconda. D’estate ogni volta che posso, io vado a piedi nudi e mi sono accorto che anche con i calli più spessi percepivo il terreno con la stessa precisione di quando i calli erano sottili. Ciò contrasta con quanto pensa la gente, perché la maggioranza di chi indossa scarpe non ha calli, ma pensa che abbiano la stessa funzione delle scarpe, cioè di proteggere il piede a costo però di una sensibilità ridotta. Con queste idee in testa, sono ormai dieci anni che, insieme ai miei studenti, conduco degli esperimenti nel Kenya occidentale. Lì si possono confrontare le popolazioni delle aree rurali – contadini privi di acqua corrente, elettricità e scarpe – con soggetti dello stesso gruppo etnico Kalenji che abitano in città, portano scarpe e guidano automobili. Abbiamo usato gli ultrasuoni per misurare lo spessore dei loro calli; e con altri strumenti abbiamo testato la sensibilità dei meccanorecettori nei loro piedi alle frequenze dinamiche che il corpo utilizza per la percezione del cammino. Il risultato ovvio è che, chi marcia a piedi nudi, ha calli più spessi; quello meno ovvio ma che noi avevamo previsto, è che calli più spessi non interferiscono con la percezione sensoriale e permettono di camminare nello stesso modo. Chi invece indossa scarpe con suole protettive o spesse, cammina in modo diverso. La protezione delle scarpe provoca un tasso di carico iniziale più modesto, ma trasmette una forza d’impatto tre volte maggiore. Occorre ammettere che la selezione naturale ha creato scarpe migliori delle nostre”.

Camminare scalzi potrebbe migliorare le nostre condizioni di salute?
“Non lo sappiamo ancora con certezza, ma è un’ipotesi che merita di essere studiata. Ci sono molte ragioni per credere, ma non abbiamo ancora le prove, che tutti quei milioni di passi fatti dentro scarpe molleggiate possano avere effetti deleteri sulle giunture e siano responsabili del raddoppio, nelle ultimissime generazioni, delle osteoartriti legate all’età. Altri studi mostrano come una migliore percezione possa aiutare a non cadere, una questione seria per gli anziani (e la ragione per cui chi pratica le arti marziali non indossa mai scarpe)”.

Pensa che le scarpe di domani saranno realizzate in modo da copiare la maggiore sensibilità tattile trasmessa dai calli?
“Non ho dubbi”.


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