Come siamo arrivati da Elon Musk (e gli altri Paypal boys) all’internet dei monopoli


Quando si pensa alla Mafia vengono in mente personaggi poco raccomandabili. E poi armi e una buona dose di violenza.

Quando parliamo di Paypal Mafia, non c’è nulla di tutto questo. Eppure è un termine che è stato coniato e si è affermato nel tempo per indicare le strategie dei fondatori di Paypal e delle aziende che hanno creato dopo la vendita a Ebay.

Chi sono gli attori di Paypal Mafia

In particolare, i membri diventati miliardari e investitori seriali sono Peter Thiel, Elon Musk, Reid Hoffman, Luke Nosek, Ken Howery, e Keith Rabois.

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Sono persone molto potenti in Silicon Valley e considerati individui in grado di cambiare le sorti delle aziende che creano o che decidono di finanziare.

Secondo Robert McNamee (investitore nella SV di lunga data) dopo l’esplosione della bolla di Internet nel 2000, i Paypal boys ebbero due intuizioni geniali: la prima è che il web passava da una rete di pagine ad una rete di persone (web 2.0), la seconda è che le limitazione tecnologiche che avevano frammentato Internet (banda, processori, memoria) stavano crollando.

L’unione di questi due concetti portò ad una conseguenza ovvia per loro: la capacità di crescere su scala globale ad una velocità mai vista prima (blitzscaling). Sottoscrissero una nuova forma di liberismo, quella che potevi creare ogni tipo di tecnologia dirompente senza pagarne le conseguenze.

Questa crescita era così rapida che le persone non avevano il tempo di adattarsi, ma solo di seguire la tendenza.

Per far questo, uno dei principi era quello di eliminare ogni tipo di “frizione” con il cliente, in primis usando un modello free supportato da advertising.

Ma per essere vincenti nel nuovo concetto di ads dovevano costruire anche sistemi di creazione di abitudini per aumentare l’attenzione, come i like di Facebook, notifiche per farti ritornare nella piattaforma. Per molti, queste abitudini si sono trasformate in una vera e propria dipendenza.

Intuirono anche il potere delle emozioni, come paura e rabbia che spingeva le persone a ri-condividere il contenuto e farlo diventare virale.

L’introduzione del comportamento predittivo

Nel 2003 Google brevettò il concetto di “comportamento predittivo”, in pratica si resero conto che accumulando ogni tipo di dati sull’utente potevano cominciare ad intuire cosa avrebbe fatto successivamente, e lo schema risultava valido anche per altre persone che non avevano ceduto dati ma che potevano avere comportamenti simili.

Questa tecnologia adesso è comune a tutte le grandi piattaforme come Facebook e Amazon.

Per fare un esempio pratico, se un utente, prima di un acquisto, ha fatto 200 passaggi, alcuni che riguardano l’oggetto o il servizio e altri che sembrano scollegati, le aziende possono dare un senso a questi passaggi e applicarli su vasta scala in modo da comprendere (e quindi di influenzare) il comportamento di chi è è interessato a quell’acquisto.

Le filter bubble per auto rafforzare le proprie convinzioni

Unendo questi concetti a quello della raccomandazione e dei filter bubble (rafforzando nelle persone credenze pre-esistenti) si crea un’arma potente che possono vendere agli advertiser per spingere il prodotto.

Il problema è che nessuno ha posto dei veri limiti né al tipo di raccolta dati né si è mai chiesto se queste pratiche abbiano un fondamento legale.

Questo fino all’arrivo di Lina Khan, autrice di un articolo pubblicato dall’Università di Yale chiamato “ Il paradosso dell’antitrust di Amazon ” e diventato letto e apprezzato in tutto il mondo in pochissimo tempo.

In pratica, la sua tesi ribalta il concetto che ha dominato l’antitrust per decenni, che era solamente quello di guardare il prezzo per il cliente finale: se il prezzo non veniva artificiosamente gonfiato non si procedeva con una azione antitrust.

Khan invece parte da un altro punto di vista: se le pratiche dell’azienda sono predatorie e mirate a distruggere la competizione questo è sufficiente per aprire un caso antitrust.

In particolare se si guarda la valutazione di borsa di Amazon è così elevata perché chi la compra si aspetta che Amazon prima o poi diventi un monopolista in quel settore, e quindi trarre profitti immensi.

Cos’è la Silicon Valley Death Zone

Nella Silicon Valley questo comportamento è noto come la SV death zone, e cioè tutte le aziende che possono essere utili o potenziali competitor di Amazon, Facebook, Google, Apple vengono comperate prima che possano diventare troppo grandi o andare in borsa.

L’annuncio recente di Facebook di unire la piattaforma di Whatsapp, Instagram e Messenger in realtà secondo alcuni non sarebbe una manovra di tipo tecnologico, ma una difesa preventiva ad una possibile azione dell’antitrust a smembrare il colosso dei Social Network. Una volta creata questa piattaforma unificata, la separazione dei business diventerebbe più difficile.

Cosa avrebbe accelerato questi comportamenti predatori?

La svolta verrebbe da Facebook nel 2007, quando per paura di non raggiungere una dimensione adeguata rispetto ai competitor (come MySpace) decise di formare un Growth Team, guidato da un fisico esperto anche di marketing.

Questo team aveva un solo compito, una sola ossessione: accrescere la comunità e in particolare la metrica degli “utenti attivi mensili”, che diventò la stella polare della compagnia e di tutto un settore.

Tutto il resto, come privacy, uso indiscriminato dei dati degli utenti, ma soprattutto l’uso delle loro debolezze psicologiche, passò in secondo piano. Semplicemente, non era la priorità di Zuckerberg e del suo team.

L’introduzione del concetto di “Mi piace”

In quel periodo nacquero funzioni come persone che probabilmente conosci, l’invito automatico degli amici nella rubrica, il tag nelle foto e il famoso bottone “like”.

Lo scroll infinito, i video in auto-play e l’apertura a app di terze parti, come i giochi che sono alla base dello scandalo di Cambridge Analitica.

In pratica, Facebook diventava così dipendente dal suo stesso modello di business che pensare di poterlo cambiare senza intaccare i profitti era ormai impensabile.

La fine delle mega piattaforme arriverà dall’antitrust?

Qui si arriva alla conclusione che ormai negli USA si sta facendo sempre più forte: tutte le mega piattaforme, tra cui Facebook, Amazon e Alphabet (Google) andrebbero sottoposte ad antitrust e smembrate.

Facebook separata da Whatsapp e Instagram. Amazon da AWS e Whole Food. Google da Nest e Wymo.

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La logica dovrebbe essere quella della “ platform neutrality” , propugnata da Elizabeth Warren per permettere a tutte le altre aziende di svilupparsi e crescere mantenendo una sana competizione.

L’america ha tracciato la rotta, in passato, per aver creato le prime leggi antitrust e aver combattuto monopoli e oligopoli. È tempo adesso di capire che i nuovi monopoli sono digitali e anche loro si devono adeguare e cambiare, per il bene dei consumatori ma anche dei futuri innovatori.





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