Dall’Anatolia alla Britannia: c’è il Dna dei popoli migranti nelle orgini di Stonehenge


SONO molti i misteri che avvolgono Stonehenge, sito dell’età neolitica formato da megaliti e simbolo della Gran Bretagna. Osservatorio astronomico ante litteram o tempio che fu, ogni pietra, ogni gioco di luce, ogni rilievo è oggetto di ricerche e intriso di richiami simbolici. Ma ora uno studio svela che i costruttori del complesso provenivano dalle coste del Mar Egeo. Ci sarebbero quindi i turchi, e non i popoli d’oltremanica, dietro l’opera eretta nel sud dell’Inghilterra. Le stesse persone che poi avrebbero stravolto le abitudini dell’isola importando i segreti dell’agricoltura, i riti funebri e l’arte della ceramica.

Il lavoro del team coordinato dalla dottoressa Selina Brace del Museo di Storia naturale di Londra, pubblicato su Nature ecology & evolution, si è basato sull’analisi del Dna degli scheletri di 47 agricoltori del neolitico (6.000-4.500 a.C.) e di 6 cacciatori del mesolitico (11.600- 6.000 a.C.), tra cui ‘Cheddar-Man’, i resti dell’uomo più antico mai ritrovati sul suolo britannico.

Dallo studio è emerso come la grande maggioranza della popolazione che ha vissuto in Inghilterra nel periodo della costruzione di Stonehenge (collocata tra il 3.100 e il 1.600 a.C., il dibattito è ancora aperto), avesse i caratteri genetici dei contadini dell’Anatolia, protagonisti di una grande migrazione che li portò nell’Europa centrale intorno al 6.000 a.C. risalendo il Danubio. Un corredo genetico simile a quello delle popolazioni della Spagna e del Portogallo, dove i turchi si erano inseriti già da tempo. Occhi azzurri e carnagione scura fecero dunque spazio a pelle chiara, iridi marroni e capelli neri o castani.

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Ad insediarsi stabilmente in Gran Bretagna, però, ci avrebbero messo altri mille anni. Il perché non ha una risposta definitiva, ma quel che è certo, grazie a questa scoperta, è che sono stati i contadini provenienti dal Mar Egeo a portare l’agricoltura oltremanica. E che gli stessi hanno impiegato poco tempo a ‘sostituirsi’ e mescolarsi con la poco numerosa popolazione locale, che basava la propria sopravvivenza sulla caccia e sulla raccolta di bacche e frutti nei boschi. “Non c’è traccia dei geni dei cacciatori-raccoglitori britannici dopo il loro arrivo – ha spiegato Tom Booth, coautore dello studio – ma ciò non significa che non si siano mescolati. Vuol dire solo che la loro popolazione era troppo piccola per lasciare un’eredità genetica”.


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