Instagram ci ha trasformati tutti in venditori e marketer (ma forse c’è ancora speranza)


Metropolitana, sala d’attesa del medico, ristorante in attesa del pranzo. Un momento di noia come tanti, e il dito, smartphone alla mano, va quasi automaticamente verso una familiare icona rosa.

Ma nel momento stesso in cui clicchi e il tuo feed di Instagram ti appare in tutta la sua abbagliante, fintissima bellezza, sai già di esserne stufo. Sai che le prossime 10, 20, 100 foto che vedrai saranno tutte identiche. E sai che, paradossalmente, tu posterai probabilmente qualcosa di molto simile.

Ognuno si è creato nel tempo il proprio personale paradiso-inferno instagrammiano: l’amante dell’arte avrà la sua personale raccolta di persone che guardano quadri nei musei nel proprio feed; gli appassionati di food saranno circondati da cibo che neanche un baccanale; chi è dedito ai viaggi, beh… ci siamo capiti.

Se poi si ha in sorte di lavorare con Instagram, che sia come social media manager, come influencer, come blogger, come praticamente-qualsiasi-professionista-che-cerchi-visibilità-online, allora la faccenda si fa seria.

Perché chi non fa del mitico social network di immagini un semplice mezzo di svago ma anche un tool di lavoro, vedrà cose che voi umani non potete neanche immaginare. E dovrà prendere parte a sua volta del meccanismo visto sopra di immagini perfette e patinate, perché il Dio Algoritmo detta le sue leggi, e i fruitori dei social per avere successo devono adeguarsi.

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Instagram è un luogo pieno di venditori e network marketer

Che sia per lavoro, o semplicemente perché la piattaforma stessa ti induce a questo comportamento, qualunque persona sembra vendere qualcosa su Instagram. Anche semplicemente un’immagine di sé stessi edulcorata, patinata, idealizzata, da influencer.

Tanto che, a un certo punto, cominci a chiederti: “Ma c’è ancora qualcuno là fuori che utilizza Instagram solo per il piacere di farlo?”.

logo instagram prima e dopo

Instagram è stato per molto tempo una specie di safe heaven per molti fruitori dei social, facendo la fortuna di chi ha avuto la lungimiranza di iniziare a utilizzarlo bene a tempo debito. All’inizio Instagram era il paradiso di fuga da Facebook, da Twitter, dove sembra che le persone abbiano imparato l’arte di concentrare tutta la propria acredine in 140 caratteri e da Snapchat, a volte troppo invadente e molto teen.

Instagram era un paradiso di bellezza ovattata, dove rifugiarsi alla ricerca del “kalos kai agathos”, dell’ideale perfezione: un posto dove non si sentiva la mancanza del mondo reale, che è rimasto protagonista delle altre piattaforme social.

Poi è successo qualcosa, più o meno intorno al 2016: dal cambio logo all’introduzione delle Stories, dall’inserimento degli analytics per gli account business alle modifiche del feed, che passò dall’essere distribuito in ordine cronologico ad un funzionamento algoritmico.

E così, lentamente ma inesorabilmente, Instagram ha iniziato a cambiare e a cambiarci. A cambiare il nostro modo di utilizzarlo, di ragionare, di postare. Ma ancora non ce ne accorgevamo, perché in molti frequentavano comunque maggiormente altri social.

Fino a quando non è cambiato l’algoritmo di Facebook, che ha penalizzato le Pagine a favore di account privati di amici e parenti. Con questa mossa anche i più resilienti fan di Facebook si sono trovati a osservare sconvolti la propria timeline, ora popolata perlopiù di informazioni inutili, e a migrare in massa. Quasi tutti verso Instagram.

Dove ci sono grandi masse di persone che si concentrano su un social, le aziende seguono. E con aziende intendiamo non solo Nike e Coca-Cola, ma anche il panettiere dietro casa, il fotografo di matrimoni, l’aspirante modella. Molti frequentatori casual di Instagram, che avrebbero dovuto farlo solo per il piacere dell’interazione con i propri amici, hanno sentito profumo di opportunità.

Colpa o merito dei tanti influencer-instagrammer, e dei post pagati dalle aziende per comparire nei loro feed. E della nomea, alimentata dai primi marketer arrivati a colonizzare la piattaforma, che “crescere su Instagram è facile e redditizio”.

E d’improvviso siamo tutti diventati dei venditori e dei marketer. Nemmeno chi ha il profilo privato a volte si salva. Una delle grandi lezioni che i social network ci hanno insegnato, oltre alla FOMO (Fear Of Missing Out), è la potenza della sensazione di esclusività.

Per cui, guardatevi anche dai profili chiusi, cari miei: lì dietro potrebbero esserci i marketer più sfegatati e furbi.

instagram utilizzo statistiche

Instagram può far male?

E quindi? Se oggi su Instagram siamo tutti circondati da venditori, di beni fisici o digitali, di immagini, di capacità o di stili di vita, allora perché stiamo tutti sempre lì?

Perché, neanche serve che lo dica, siamo dei “drogati”.

Nel 2017 un’associazione benefica inglese, la Royal Society for Public Health (RSPH), ha condotto una ricerca sui risultati dell’utilizzo nei giovani dei principali social network, su parametri come la FOMO, l’autostima, ma anche il sonno e la depressione.

Indovinate un po’ chi ha “vinto” come peggior social? Esatto, Instagram. Che con le Stories punta tutto sulla FOMO, creando una forma di dipendenza che ci spinge ad andare a controllare cosa succede sulla piattaforma per non rischiare di perderci qualcosa.

Che, come sostiene la ricerca, si basa quasi unicamente sulla bellezza delle immagini, senza contesto e senza approfondimenti, stimolando sentimenti di inadeguatezza e ansia; ma anche ignoranza del contesto sociale e percezione di una bolla di consenso.

In più, il sistema di scroll-down continuo di foto disincentiva l’interazione, stimolando una fruizione passiva di contenuti che, come ha dichiarato Facebook stessa nel 2017, “tende a rendere più tristi le persone dopo l’utilizzo”. Chiaramente Zuckerberg non intendeva puntare il dito contro il suo secondogenito adottivo: voleva stimolare la partecipazione attiva degli utenti e non passiva sui social. Ma ci sono più letture di questa frase, tutte altrettanto corrette.

Insomma, l’intero sistema sembra alimentare una vera e propria dipendenza, che proprio come le droghe, si basa sul rilascio di endorfine. Un Cuore, un commento, un nuovo follower sono vere e proprie iniezioni di consenso sociale, che ci risucchiano nel meccanismo sempre di più.

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foto per instagram

L’etica su Instagram (e sui social)

È un po’ come la politica. Non importa quanto siano buone le intenzioni, è facile farsi risucchiare. Avete visto Suburra, no?

Essendo Instagram diventato quello che è diventato, per molte persone, soprattutto professionisti del digitale in varie forme, “non si può non esserci”. Essendo Instagram diventato quello che è diventato, per “esserci” bene bisogna crescere. E non è una questione di vanità, del piacere di vedere una K dopo il numero sotto la voce Follower.

Faccio un esempio: con meno di 10.000 follower non si possono mettere link esterni nelle Stories. È chiaro che, per chiunque basi il proprio lavoro su un sito web esterno, diventa molto importante riuscire a raggiungere quella soglia. Poi c’è anche chi cerca di crescere solo per il gusto di farlo, ma quella è un’altra storia.

Fatto sta che, per crescere nell’Instagram di oggi, ci sono molti modi. Certo, la qualità. Certo, la costanza. Certo, la nicchia, lo stile unico, etc etc. Ma ci sono anche altre tecniche, che vengono definite “non etiche”Bot, cioè programmi che interagiscono al posto nostro stimolando le interazioni con il profilo; Pod, cioè gruppi di scambio di engagement, e molto altro.

La questione è, cosa significa “non etico” in questo contesto? Perché utilizzare un Bot non è etico, quando tutto ciò che fa è fare follow/unfollow, ma pagare per un’inserzione sulla piattaforma da mostrare a un certo target invece sì?

O i Pod, per esempio. È noto che l’algoritmo attuale di Instagram valorizza i post che ottengono molte interazioni nei primi 30 minuti di vita, e quindi è fuori dubbio che per far diventare “popolare” un post sia necessario spingerlo.

E purtroppo, qualità e tecnica non bastano quando l’asticella si alza e la maggior parte dei profili hanno ottima qualità e tecnica. Se tutto si livella, serve qualcos’altro per emergere.

Poi, certo, ci sono POD da migliaia di persone, in cui è come lanciare un amo in un catino pieno di pesci, ma il cui valore aggiunto è minimo. E ci sono POD da poche decine di persone, tutte nella stessa nicchia, per cui si finisce per essere un gruppo di amici virtuali con un interesse in comune, tra i quali ci si notifica a vicenda la pubblicazione di un nuovo post. Insomma, c’è non etica e non etica.

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I remember how excited I was when I first started posting on instagram. I finally had a platform to get my work seen, tell my stories, share my life and get inspired by those of others. It was all about creativity and art and The Work, it was fair and ethical and just awesome! Things has changed a lot since, and now I often find myself feeling sick to my stomach when I have to post a new picture… There’s something I’d really like you to read, I wrote a piece called “INSTAGRAM CREATED A MONSTER – A no bullshit guide to what’s really going on” It’s the most honest and important thing I ever wrote; the link is in my bio and you can find out more in my stories. Please please please if you find it useful share it on your social medias, fb, twitter, even in the stories, spread the word about it! Let’s cut the bullshit, Let’s talk! This has gone too far! Thanks to all of you who sent me messages, i’m overwhelmed by your support and kindness and I’m doing my best to get back to everyone asap! I love you all and I owe you so much 🙏🏻💛 thank you with all my heart for following along my life, thank you for caring about what’s right 💛 . . . . . . . #bali #asia #indonesia #europe #travel #IamATraveler #wanderlust #travelgirl #tlpicks #passionpassport #traveldeeper #tandctravel #beautifuldestinations #huffpostgram #outdoors #livetravelchannel #timeoutsociety #travelstoke #natgeo #lonelyplanet #peoplecreatives #theweekoninstagram #photooftheday #lovetravel #traveler #sky #birds #sunset

Un post condiviso da Sara Melotti (@saramelotti_) in data:

Non è etico? È quello che ha sostenuto Sara Melotti di BehindTheQuest, bravissima fotografa, ottima scrittrice, ma anche ex-utilizzatrice di tutte queste tecniche per acquisire il suo status di influencer su Instagram.

Che ad un certo punto del 2017, giustamente stufa di come il mondo di Instagram stava andando, ha deciso di denunciare la cosa (diventando in questo modo, paradossalmente, davvero un’influencer).

Stimo molto quello che ha fatto e i bellissimi testi che ha dedicato al tema. Ma una domanda sorge spontanea: “Sarebbe Sara Melotti stata ascoltata se non avesse utilizzato quelle tecniche?”. Insomma, ha fatto outing dall’alto di un profilo che contava già tantissimi follower e con un post che è stato quindi visto da migliaia di persone.

Quindi qual è il punto, ti chiederai arrivato a leggere fino a qui? Cancellarsi da Instagram? Forse. Ma io non lo farò. Non posso, perché ci lavoro; e non voglio, perché è comunque un contesto sociale e “sociologico” della nostra epoca, di cui voglio essere a conoscenza e far parte.

Posso combattere la mia battaglia personale per l’approfondimento dei temi su Instagram, a forza di caption lunghe e descrittive su topic a me cari, ma per il resto dovrò adeguarmi a ciò che vuole l’algoritmo e il pubblico.

Vorrei che da questo lungo articolo emergesse una sola cosa: la consapevolezza. La capacità di vedere con distacco il luccicante mondo di Instagram, con le sue insidie per la nostra salute mentale e autostima. Ma anche di fare scelte consapevoli su come ci comportiamo sulla piattaforma. Soprattutto, la consapevolezza di farci le domande giuste, perché da lì partono le giuste risposte.

Viviamo in un mondo, e in dei social, complessi. Probabilmente, a meno di non cancellarci completamente dal web e ritirarci a vivere da eremiti, c’è una cosa sola che possiamo fare: conoscere il più possibile il sistema.

Perché la conoscenza ci permette di esercitare quel po’ di controllo che possiamo avere, ma a cui spesso rinunciamo, così impegnati a fare scroll-down.





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