Oggi vedremo la prima immagine di un buco nero


OGGI finalmente vedremo “la foto del secolo” la prima immagine di un buco nero, qualcosa di invisibile per definizione, qualcosa che, fino a pochi decenni fa, anche parte della comunità scientifica non era convinta che esistesse. Fotografarla, o meglio, catturare la sua “ombra” è stata l’impresa portata a termine grazie a un grande sforzo internazionale. L’immagine è stata tenuta segretissima per i lunghi mesi serviti a elaborare i dati e a validare i risultati: fino alla sua presentazione, che avverrà oggi alle 15 in sei conferenze stampa internazionali. Evento che si potrà seguire anche in diretta streaming sul canale dell’Unione europea.

Non è ancora chiaro quale sarà il “soggetto”: se il buco nero al centro della Via Lattea, Sagittarius A, oppure il quasar al centro della galassia M87, a circa 60 milioni di anni luce, un mostro massiccio quanto miliardi di soli.

La foto è stata ‘sviluppata’ grazie all’osservazione simultanea di otto radiotelescopi in tutto il globo del progetto Event Horizon Telescope (Eht), che ha visto coinvolti una sessantina di istituti scientifici nel mondo, tra cui anche l’Istituto nazionale di Astrofisica. Ben sei articoli scientifici usciranno in un numero speciale di The Astrophysical Journal Letters.

L’orizzonte degli eventi e Einstein

Le aspettative sono altissime. È il sogno di ogni astrofisico, appassionato, o semplicemente amante del cinema di fantascienza. Quello di vedere finalmente il ‘confine’ dello spazio e del tempo, la linea dell’orizzonte degli eventi oltre la quale c’è solo il buio, tutto sparisce, inghiottito da una forza gravitazionale irresistibile, anche la luce. A emettere luce saranno, probabilmente, solo i gas che lo circondano, che si accendono proprio a causa della grandissima attrazione gravitazionale. Ma forse la risposta più attesa sarà quella sulla teoria della Relatività generale di Einstein. Osservare cioè come, un oggetto così massiccio, deforma lo spaziotempo attorno a sé, piega la luce di tutto ciò che lo circonda e l’immagine di quello che sta sullo sfondo. La Relatività finora è riuscita a spiegare tutto quello che vediamo accadere nell’Universo, ma non è mai stata testata in un ‘laboratorio’ così estremo. Trovare delle ‘crepe’ potrebbe significare dover cercare nuove formule, una nuova fisica, superando l’eredità di Einstein che ha retto per più di un secolo.

Un telescopio grande come la Terra

Otto radiotelescopi, situati a migliaia di chilometri l’uno dall’altro, dalle Ande cilene alle Hawaii, dal Messico alla Spagna, dagli Usa all’Antartide, hanno puntano contemporaneamente verso lo stesso angolo di cosmo. Tutte insieme è come se formassero un’unica, gigantesca, parabola, grande quasi come l’intero pianeta Terra. La tecnica usata è quella detta della “interferometria a lunghissima base”. I diversi radiotelescopi sono sincronizzati con un orologio atomico e i dati ottenuti da ognuno sono stati combinati attraverso algoritmi che gli scienziati hanno impiegato anni a sviluppare e poi a far girare. La risoluzione angolare stimata è di 20 secondi d’arco, come vedere una pallina da tennis sulla Luna.

Petabyte di dati

Ogni telescopio ha raccolto migliaia di Terabyte di dati, troppo pesanti per essere spediti via Internet. Gli hard disk hanno viaggiato in aereo verso i due centri di calcolo dove si trovano i supercomputer: all’Haystack Observatory del Mit, nel Massachusetts, e l’altro al Max Planck Institut fur Radioastronomie, a Bonn. A due anni dall’osservazione, che è durata in totale appena una decina di giorni, i ricercatori sono riusciti a mettere insieme tutti i tasselli e a comporre la foto scattata non con luce visibile, ma usando le frequenze delle onde radio. Quelle che più facilmente riescono a eludere la cortina di gas che circonda la galassia e ad arrivare fino a noi.

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