Queste calciatrici hanno vinto i mondiali (anche di ascolti) e ora vogliono cambiare il mondo


Si sono conclusi i mondiali di calcio femminili con la vittoria emozionante della squadra U.S.A, e a chi credeva si trattasse solo di un girl play, i dati di ascolto danno torno: in Italia i dati share si attestano al 31,43% con 4,7 milioni di spettatori e in Inghilterra questa finale di mondiali si conferma il programma più visto dell’anno per la BBC con 11,7 milioni di spettatori (ma meno della metà rispetto a un match dei colleghi uomini).

Così i dati ci dimostrano che, al di là di quei giornalisti  e spettatori che si sono distinti per misoginia e attacchi di stampo sessista alle giocatrici, al pubblico piace e si emoziona nel seguire con continuità le nazionali femminili. Un elemento molto importante che ci fa sperare di vedere sempre più sport femminile con la stessa dignità riservata a quello maschile.

Infatti, come sappiamo bene, la differenza tra richiesta e domanda la fa sempre il consumatore, e se il pagante fa guadagnare bene sul calcio femminile siamo piuttosto fiduciosi che i prossimi mondiali femminili riceveranno maggiore sostegno.

Purtroppo, non è ovviamente solo una questione di domanda, ma a monte riscontriamo un grave problema di accesso e investimenti, se non addirittura di promozione e posizionamento del brand.

Quel problema che ha portato Ada Hegerberg, calciatrice dell’Olympique Lione e vincitrice del Pallone d’oro nel 2018, a rifiutare di giocare nella nazionale norvegese finché non sarebbe cessata la forte discriminazione che esiste nel paese tra il calcio maschile e il calcio femminile. In Italia ne dà annuncio anche la testata femminile “Io Donna” con il titolo “Il Pallone d’Oro Ada Hegerberg dice sì al matrimonio – e no ai Mondiali”.

We finish our job

Le campionesse del mondo, la nazionale americana capitanata dalle amazzoni Megan Rapinoe, Carli Lloyd e Alex Morgan ha vinto sulla Norvegia diventando un’emblema di un momento storico importante, reso ancora più rilevante dal posizionamento politico e dall’attivismo del team che storicamente si batte per la parità di genere e in particolare sull’abbattimento del gender gap salariale.

Per chi avesse dei dubbi sulla sua effettiva esistenza, basta citare che il montepremi per i mondiali di calcio femminile è di 30 milioni mentre per quello maschile di 400 milioni. Un valore attestato a poco più di un decimo di un tacchetto maschile.

Megan Rapinoe aveva dichiarato a giugno, su domanda di Eight by Eight – una rivista americana dedicata al calcio – che in caso di vittoria non sarebbe andata al fot**ta Casa Bianca.

La risposta di Trump?

Il Presidente USA ci ha tenuto a scrivere che la Rapinoe avrebbe fatto bene a vincere prima di parlare e di finire il proprio lavoro, finish your job.

E Megan il suo lavoro l’ha davvero portato a termine e con la vittoria delle campionesse americane, politici e istituzioni (tra cui anche Obama, da cui ci saremmo aspettati qualcosa in più) si sono precipitati a twittare il proprio sostegno alla nazionale adattando con serafica velocità il motto “Americans first”.

Il Presidente USA ha twittato le sue congratulazioni senza menzionare alcun invito alla Casa Bianca né altro genere di onorificenze. “Congratulations to the U.S. Women’s Soccer Team on winning the World Cup! Great and exciting play. America is proud of you all!

Combatti come una donna, sii pagata come tutti quanti

Prima di vincere i mondiali, la nazionale americana ha presentato una class action contro la US Soccer Federation sostenendo di fare lo stesso lavoro delle controparti maschili con salari molto più bassi e lavorando in condizioni peggiori.

Per capire l’ordine di disparità salariare basti pensare che la star del calcio Alex Morgan guadagna 2 milioni di dollari, un’inezia rispetto alla sua controparte CR7 e un’enormità rispetto a tutte le altre colleghe.

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Inoltre, notiamo come la nazionale femminile U.S.A abbia vinto i mondiali di calcio, cosa che la controparte maschile non è mai riuscita a fare.

Alcuni politici donne hanno sostenuto la causa, tra cui la democratica Alexandria Ocasio-Cortez, che ha twittato domenica: “A questo punto non dovremmo nemmeno chiedere #EqualPay per il #USWMNT – dovremmo chiedere loro di pagarle almeno il doppio“.

I difensori dello status quo dicono che il calcio maschile è molto più popolare e fa più soldi, suggerendo che stipendi più alti per le stelle maschili sono giustificati. Lo stesso Trump utilizza gli stessi argomenti.

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Qualche riflessione sul panorama italiano

In Italia, la Legge n. 91 del 23 marzo 1981 sul professionismo sportivo dichiara che: “Sono sportivi professionisti gli atleti che esercitano l’attività sportiva nell’ambito delle discipline regolamentate dal Coni”.

Tali discipline sono le quattro federazioni sportive nazionali di calcio, golf, pallacanestro e ciclismo. Peccato che vengano menzionate solo le divisioni maschili.


E le donne allora? Le donne, pur essendo adesso parte della neonata Divisione calcio femminile, rientrano tuttavia nell’insieme di giocatori e giocatrici dei campionati organizzati dalla Lega nazionale dilettanti. Di conseguenza non sono considerate professioniste e non possono firmare contratti di lavoro con le società poiché la legge stabilisce che ai tesserati Figc è esclusa la possibilità di “ogni forma di lavoro autonomo e subordinato”.

Le calciatrici non possono guadagnare più di 30.658 euro lordi per stagione, mentre i calciatori si attestano su una media di 800 mila euro netti.

Una struttura sbilanciata

Il problema è anche strutturale e incide molto sia sulla rappresentazione delle sportive dai media (secondo una ricerca meno del 10% degli articoli a tema sportivo riguarda le donne e nel 92% dei casi i giornalisti sportivi sono uomini) sia sulla loro tutela sia sul tema salariale ed è la netta sotto rappresentazione delle donne nel mondo del lavoro, in particolare di quello sportivo di cui stiamo trattando in questa sede.

Secondo il rapporto La parità di genere nello sport di Eige (Istituto europeo per l’uguaglianza di genere) “Sebbene la partecipazione femminile allo sport stia gradualmente aumentando, le donne rimangono sotto rappresentate negli organi decisionali delle istituzioni sportive, sia a livello locale e nazionale, sia a livello europeo e mondiale”.

Qualche numero?

Considerando tutti gli sport le donne sono il 14% nelle posizioni decisionali nelle confederazioni continentali degli sport olimpici. Più si sale in alto e meno donne troviamo, dove la Presidenza è una carica riservata al 96% da uomini.

Queste percentuali sono vere anche per lo staff tecnico dove le allenatrici in Europa non superano il 20-30%, considerando anche gli sport cosiddetti “femminili”, come la danza, nuoto sincronizzato, pattinaggio artistico.

Dal canto mio, sono disposta a mettere le mie competenze al servizio della causa.

 





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