senza social e Google news la raccolta pubblicitaria finirà al tappeto


La direttiva per il copyright è come la corazzata Potemkin di Fantozzi: una boiata pazzesca.

O meglio, è la reazione scomposta del Vecchio Continente, sempre più vecchio, che punta i piedi sulla rivoluzione digitale del XXI secolo. E lo fa a senso unico, con la volontà di tutelare le lobby dell’editoria e della produzione artistica, e non le figure che esse rappresentano.

Il testo ha ricevuto il via libera dall’UE il 17 aprile con voto contrario di Lussemburgo, Olanda, Polonia, Finlandia, Svezia e, “deo gratias”, anche dell’Italia, a cui aggiungere l’astensione pilatesca di Belgio, Estonia e Slovenia.

Nato con l’intento di garantire il diritto d’autore di musicisti, scrittori, creativi e giornalisti ha deciso di tutelare perfino gli utenti in caso di violazione di tale diritto. Una direttiva magnanima, insomma.

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Gli unici – o quasi- responsabili di tali violazioni saranno le piattaforme, soprattutto quelle che non saranno in grado di rimuovere prontamente i contenuti cosiddetti pirata : “saranno”, sì, perché ci vorranno 24 mesi per recepire le nuove direttive.

Ma di cosa stiamo parlando realmente? Di un attacco frontale e malcelato a Google News, YouTube, Facebook e a molte altre piattaforme di aggregazione che potrebbero cadere nella rete dello “snippet troppo lungo”.

Un attacco tra l’altro intentato e fallito più volte, nel corso dell’ultimo decennio, sia da parte di singole aziende che da parte di interi Stati.

Il tentativo della Spagna nel 2014

La Spagna e alcuni editori tedeschi come Alex Sprigler nel 2014 si videro esclusi da Google News per il mancato accordo su una compensazione degli “ancillary copyright” attribuiti a Mountain View, ma furono costretti immediatamente ad una clamorosa retromarcia, dopo aver constatato un calo del traffico verso le notizie fino al 40% del volume.

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Chiunque lavori nel mondo dell’editoria sa benissimo che senza le grandi piattaforme social e senza gli aggregatori come Google News le visite e la raccolta pubblicitaria finirebbero al tappeto.

Ma non è finita qui. Questa storia ci dice anche che ci vuole una bella faccia tosta da parte di molti editori che utilizzano decine di contenuti virali all’interno dei loro portali, pubblicati magari in regime di “copyleft” dagli utenti su YouTube, Vimeo, Liveleak e utilizzati dalle redazioni con i propri roll out pubblicitari.

Immaginiamo allora di invertire per un attimo la narrazione: ipotizziamo che aggregatori e altri portali sotto accusa, in cambio dei servizi di piattaforma (costi) e della piazza virtuale fatta da milioni di utenti (opportunità), imponessero una fee su eventuali contratti derivanti dal successo degli artisti più capaci cresciuti grazie all’opportunità di mostrare on-line il proprio talento.

Quindi, YouTube andrebbe a reclamare i diritti di Rovazzi, o a Merk & Kremont che ha prodotto il tormentone di “Andiamo a comandare”. E busserebbe anche alle porte di Mondadori per il best seller “Mamma, sono diventato una webstar!” dello youtuber Gazzarrini, notato proprio per le sue produzioni video.

Oppure parliamo di Frank Matano, nato a soli 18 anni con il canale di scherzi telefonici “lamentecontorta” (ad oggi 1.302.370 iscritti), i cui frutti veri della notorietà son stati raccolti dai procacciatori di talenti televisivi che lo hanno portato in trasmissioni di primissimo livello come Le Iene e Italia’s Got Talent.

Stessa musica per lo youtuber Alessio Giannone, in arte Pinuccio, finito a Striscia e autore di “Trumpadvisor. Donald e Pinuccio in viaggio per il Sud Italia” edito da Mondadori.

Una realtà alla rovescia, insomma.

Nei Paesi in cui Spotify è molto popolare, come la Svezia e la Norvegia, quasi nessuno acquista musica: la maggior parte dei proventi deriva dallo streaming.

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È per questo motivo che su Spotify, in quei Paesi, gli artisti possono guadagnare 5 o 10 volte di più che negli Stati Uniti, anche se su Spotify mi trovo d’accordo con l’interpretazione espressa in un articolo di The Vision da Alice Olivieri a cui non so dare risposta.

Avremmo un lungo elenco di talenti emersi grazie alla Silicon Valley (Ghali, Sfera Ebbasta, Ron Pope), così come artisti dimenticati dalle nuove generazioni che continuano ad essere apprezzati e di riflesso a vendere grazie agli ascolti gratuiti di Spotify e YouTube.

Questa non è una battaglia vinta da chi detiene il talento del contenuto (sia esso un articolo, una canzone o qualsiasi altra espressione artistica). È la battaglia vinta da un vecchio sistema di intermediazione rispetto ad un nuovo mondo che offre potenzialità globali.

La mezza-globalizzazione dell’Europa

A questa mezza-globalizzazione è quasi preferibile – per assurdo – la chiusura della Cina, che con scelte protezionistiche alleva i propri campioni nazionali come Alìbaba e WeChat, prima di aprire alla competizione globale.

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Non rimane che offrire da ultimo un consiglio ai giornalisti (solo quelli con tessera o chi scrive del contenuto originale?) andate a battere i pugni sul tavolo della vostra redazione per spuntare parcelle migliori quando Google News pagherà loro il prezzo del link ai vostri articoli.

Sempre che Google News non se ne vada dall’Europa.





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