Si studia l’ibernazione degli astronauti con “pisolini” di 14 giorni


ROMA – Come nel film cult Odissea nello spazio, sarà probabilmente l’ibernazione, e in particolare il sonno profondo, la soluzione più pratica per far viaggiare gli astronauti nelle lunghe missioni, a partire da Marte. E riuscire a ottenerla è una delle principali sfide future della medicina spaziale, insieme alle ricerche per contrastare gli effetti del volo spaziale sulla salute, che sono simili a quelli dell’invecchiamento. “Ai congressi sentiamo spesso gli esperti di medicina spaziale parlare dell’ibernazione. È una cosa che esiste in natura, negli animali che d’inverno vanno nel torpore profondo e rallentano il metabolismo. Per l’uomo si tratterà di cercare di ottenere una sorta di sonno profondo, perché un equipaggio che dorme non mangia, non produce rifiuti e non si creano conflitti causati dallo stare insieme in ambienti confinati”, ha detto all’Ansa, Debora Angeloni, che insegna biologia molecolare alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove è anche responsabile scientifica del primo corso di Biologia spaziale mai organizzato in Italia.

“Il sonno profondo – ha spiegato – sarebbe una soluzione molto pratica, ma la fisiologia umana è ancora largamente di ‘intralcio’ e gli studi sono ancora in fase iniziale”. Le altre sfide riguardano soprattutto capire come proteggere gli astronauti dall’effetto della microgravità su massa ossea e muscolare, su colonna vertebrale e circolazione. In quest’ambito la Angeloni è l’ideatrice di un esperimento che ha portato 5 milioni di cellule umane, che rivestono i vasi sanguigni, sulla Stazione Spaziale, per studiarne la risposta alle condizioni del volo spaziale. “Abbiamo visto che nello spazio queste cellule – ha spiegato la biologa – cambiano nella forma e di conseguenza sono meno performanti”.

Pochi mesi fa l’azienda SpaceWorks di Atlanta è stata finanziata dalla Nasa proprio per studiare quanto è realizzabile l’ibernazione nei lunghi viaggi nel cosmo. Lo stato in cui cadono gli orsi per esempio, quando vanno in letargo, ha spiegato John Bradford, presidente di SpaceWorks, può essere riprodotto nell’uomo per due settimane circa, nelle quali la temperatura corporea viene abbassata da 37 gradi a 5 gradi centigradi. La conseguenza è la riduzione del metabolismo sino al 70%. Questo segmento che vede gli astronauti in letargo deve essere intervallato dal due giorni di risveglio in stato cosciente, al termine dei queli si riprende con un altro periodo di due settimane di ibernazione. E così via sino alla destinazione finale.Allo studio, ha spiegato Bradford c’è la possibilità di allungare questo segmento di incoscienza da 14 a 30 giorni. Senza dimenticare che passare tutto quel tempo nelle capsule di ibernazione avrebbe anche il lato positivo di proteggere dalla radiazioni che nei viaggi spaziali sono più altre del normale. Ci sono da studiare ancora molti aspetti di questa dimensione. Ma la strada è ormai tracciata.
 


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