Tecnologia a scuola, come dovrebbe essere davvero


Cosa succede quando un sistema scolastico di antica tradizione, come quello italiano, decide di abbattere il divario tra “classi analogiche” e tecnologia a scuola?

Il tentativo d’inseguire sistemi educativi nati in contesti e culture differenti non sarebbe così urgente, se non fossimo già indietro da anni. L’abbandono degli studi e l’avversione per i metodi di valutazione rivelano una scuola bloccata in un limbo tra passato e presente.

Una situazione cristallizzata, che non ha favorito l’ingresso graduale della tecnologia a scuola, salvo rari esempi di eccellenza. Con le ovvie conseguenze che vediamo ogni giorno: il boom improvviso di adeguamenti, PON, alternanza scuola-lavoro, sezioni iper specializzate anche nelle scuole superiori di I grado.

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Tecnologia a scuola

La sfida

Non c’è da meravigliarsi di un sistema scuola che stenta a fronteggiare una rivoluzione così importante, dati i numerosi problemi interni tra cui precariato, normative in continua evoluzione ecc.

Eppure, nonostante TFA, CFU, messe a disposizione, concorsi e ricorsi, la scuola italiana continua a mostrare una forte volontà di svolgere la propria missione educativa. In un contesto del genere, la tecnologia può facilitare l’incontro tra studenti, insegnanti e famiglie. Con un linguaggio comune, le “barriere” possono essere spianate almeno in parte. A patto di non limitarsi a questo, perché c’è il rovescio della medaglia.

Già nel 2016 Roberto Maragliano, docente dell’Università Roma Tre, dichiarava che “il digitale non risolve proprio nulla, anzi crea problemi”. Si parlava di un digitale che riesce a “portare tra le mura delle classi la complessità della realtà esterna e vedere cose che prima non potevi vedere”. Quindi, come utilizzare la tecnologia a scuola in modo adeguato?

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L’obiettivo è la chiave

Uno spunto utile era stato individuato da Daniele Novara, direttore del Centro Psico Pedagogico di Piacenza. La scuola deve recuperare la filosofia educativa e un obiettivo pedagogico, e solo così potrà trovare le risposte necessarie alle domande della contemporaneità.

Il bambino dev’essere accompagnato nell’uso consapevole della tecnologia, simulando le situazioni che affronterà nella realtà, fatta di elementi interconnessi. Un approccio che appartiene già alla visione del Piano Nazionale Scuola Digitale.

Tecnologia a scuola

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Per valorizzare al meglio il “fattore umano” con la tecnologia, non bisogna trascurare la formazione dei docenti pre-Millennials, indispensabili al passaggio generazionale. Ma è altrettanto necessario istruire le nuove leve per la trasmissione consapevole delle competenze digitali.

Senza demonizzare la tecnologia, che va semplicemente inserita in un perimetro di apprendimento preciso.

La tecnologia a scuola non è un alibi

L’errore fatale è pensare di delegare ogni responsabilità all’uso della tecnologia a scuola. Sappiamo che tablet, LIM, aule multimediali e smartphone sono ottimi se abbinati ad app e piattaforme per l’apprendimento. Ma l’avviamento al coding e la lettura su eReader acquistano un significato solo se inseriti nel percorso psico-cognitivo dello studente.

Non a caso, anticamente l’apprendimento dei giovani veniva considerato un “gymnasium“, palestra di vita e formazione del corpo e dell’intelletto. E allora, se i punti di riferimento sono chiari anche quando lo studente naviga autonomamente, dopo la scuola potrà davvero imparare senza un maestro.

Nascondersi con un tablet, osservando il mondo in modo passivo e acritico, significa far parte di una scuola che ha fallito. Per questo, l’abbandono scolastico e la comparsa di hikikomori possono essere limitati solo usando la tecnologia a scuola in modo intelligente. Ossia, trattandola per quello che è: uno strumento, non uno scopo.





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